Era un giorno speciale quello. Lo preannunciavano il tenero cinguettio primaverile dei passerotti e lo splendido sole che filtrava attraverso le sbarre, e Stella sapeva che con un inizio del genere, tutto non poteva che andare per il meglio. Si alzò energicamente dalla branda e ciò che vide riflessa nel minuscolo specchio, posto sopra il lavabo, era l’immagine di una giovane ventenne, che sprizzava gioia da tutti i pori, di un essere che dalla vita attendeva finalmente un pò di felicità. Fece un corso mentale di tutti i giorni e le lunghe notti trascorse lì dentro, in un luogo ai margini della società, e giurò a se stessa di rispettare maggiormente quella libertà, di cui era stata privata due anni prima. “Era una giornata ben diversa da questa – pensò amaramente la giovane – fredda e uggiosa, che portava con sè solo tanta malinconia e tanta fame per la mia povera famiglia. Che disperazione! E che angoscia vedere i loro visi così pallidi e spenti! Oh, per loro rifarei quello che ho fatto, ruberei ancora, perchè non sopporterei l’idea di vederli morire poco a poco, sebbene questo significherebbe “morte” sicura per me”. “Basta – si disse, scrollando energicamente il capo – è ora di pensare solo al futuro, cercando di dimenticare per sempre la mia brutta infanzia”. Dopo una mezz’oretta intensa trascorsa a riflettere e a porsi mille interrogativi, Stella vide finalmente la porta della cella aprirsi. Erano due anni che attendeva quel momento, e per la prima volta accolse l’arrivo del secondino con infinita gioia e trepidazione. Riordava ancora il giorno in cui lo vide, squallido personaggio perfettamente calato in un luogo ed in un lavoro altrettanto deprimenti, che non faceva che ricordarle come era bello il mondo fuori. “Bene – pensò – è giunta la mia ultima ora di carcere. Adesso il destino dipende solo dalla mia buona volontà, e non voglia Iddio che abbia a distruggerlo nuovamente”. Lentamente, come in estasi, segui il secondino che la portava fuori, e, poco alla volta, sentiva il suo cuore farsi più leggero, come se tanti piccoli macigni venissero tolti da una benevola mano invisibile. Giunta alla pesante porta che la separava dal mondo intero, trasse un enorme respiro, e si sarebbe figurata di strappare la chiave all’uomo e di aprirlo lei quel portone, tanta era la voglia di andarsene! Finalmente, dopo istanti interminabili di attesa, vide scorrere davanti agli occhi una nuova vita, un nuovo sole, che oltre le sbarre le sembrava più luminoso, più caldo, più vivo. Non le pareva vero il poter sentire il calore dei raggi sulla sua pelle “libera”, come non le pareva vero il poter camminare tra la gente, una persona come tante, una tra le tante.. Riusciva a trovare un pizzico di poesia ovunque, alla vista di un gattino, di un fiore o di un mendico. Si stupiva di non avere mai realmente apprezzato la vita, e si pentiva di non averla assaporata fino in fondo, di non aver goduto di ogni singolo momento di esistenza.Dopo un interminabile girovagare a vuoto, persa nell’infinito che la circondava, decise di dirigersi verso casa, seppur tremando di commozione all’idea di rivedere la mamma e i fratelli, dopo un così lungo periodo di separazione. Quasi stentò a riconoscerli, Andrea e Giorgio, tanto erano cambiati, più maturi, più seri, avevano tratto insegnamento dalla sua brutta esperienza e, seppur più giovani di lei, avevano capito che per poter vivere serenamente serve un pò di impegno e buona volontà, e che la passività non risolve ma ingigantisce i problemi. Questo fu di grande consolazione per la ragazza, perchè le mostrava che in fondo non aveva sprecato inutilmente due anni della sua vita, e ciò riusci a renderla più ottimista e fiduciosa verso il suo nuovo e difficile cammino.

Vivendo giorno per giorno infatti, Stella si era resa presto conto che il passato poteva facilmente essere dimenticato. Non poteva reinserirsi nella società, veniva additata come la “ladra” e, quel che è peggio, non riusciva a trovare nessuno che la comprendesse e giustificasse quel suo atto disperato, compiuto tanto tempo prima. La società intransigente, retta e giusta, non le voleva dare un’altra possibilità, emarginandola come se fosse stata un’appestata. Questa situazione di sconforto si protasse per parecchio tempo, gettando la giovane nella più cupa disperazione, finchè un giorno, finalmente, rientrò nella sua vita, prepotentemente, quel “sole” da lei tanto amato e desiderato. Dopo un ennesimo rifiuto ed un’ennesima scrollata di spalle alla richiesta di un lavoro, Stella si imbattè, forse per la prima volta nella sua vita, in una persona piena di umanità e di comprensione, che, ascoltata la sua triste vicenda, decise di aiutarla a dare uno scrollone definitivo al suo passato. Offrendole l’opportunità di lavorare in un altro paese come assistente sociale, infatti, lei che aveva vissuto in prima persona esperienze drammatiche, sarebbe riuscita non solo ad aiutare gli altri, ma soprattutto avrebbe maggiormante valorizzato la propria vita e le proprie emozioni. Grata a quest’uomo per la sua generosità, la giovane riprese lentamente a vivere, uscendo da quella apatia dello spirito nella quale era sprofondata subito dopo la sua scarcerazione. “E’ buffo – si ripetè tristemente – vedere come la gioia per essere uscita dalla gabbia si sia trasformata piano piano in disperazione, e constatare come un semplice gesto d’amicizia ed un dialogo pieno di solidarietà siano riusciti a ridarmi un pò di calore, che ora anima il mio sangue ed il mio cuore”. In seguito, recandosi a far visita ai ragazzi che avrebbe aiutato, Stella scoprì come la semplicità dei valori e delle azioni fossero la base di un lieto vivere, e desiderò fortemente tornare bambina per riscoprire la gioia racchiusa in tutto ciò che la circondava. Vide che bastava armonia, una chitarra ed una voce per creare quell’intima comunione tra le persone, quel vincolo più forte del sangue e della razza, che una società asserragliata da problemi e frenetica nelle sue corse non riusciva più a ritrovare. Finalmente in pace con se stessa, Stella si apprestava ad andarsene da quel suo paese ingrato, che non aveva voluto capire come, molto spesso, esperienze negative temprino l’animo di una persona, invece di distruggerlo. Mentre, nel tramonto dorato, la giovane lasciava alle spalle più di vent’anni di vita, non poteva non ricordare tutti gli avvenimenti, lieti o tristi, che avevano accompagnato il suo cammino fino ad allora e sperò ardentemente che il nuovo cielo, sotto il quale avrebbe d’ora in poi vissuto, fosse più sereno, degna manifestazione della gioia dirompente racchiusa nel suo cuore. Proprio quando stava per sopraggiungere la felicità, una curva banale si frappose tra lei ed il suo sogno, destinato a frantumarsi come un oggetto fragile, sfuggito dalle sue mani… L’ultima cosa che vide, fra le lamiere contorte, fu una luce, che piccola piccola si intravedeva nell’oscurità del cielo, e fu solo conscia che quella eterea e palpitante fiamma rappresentava la sua vita, perchè, proprio come quella di una stella, la sua era stata una breve ma intensa esistenza, recisa come un delicato fiore di campo da un destino avverso, che, sul punto di darle finalmente la gioia aveva deciso di toglierle tutto, gettandola via, come una inutile marionetta. Poi, il nulla, spezzato solo dalle disperate richieste di un perchè, dai tanti interrogativi che il vento, inesorabilmente, disperdeva tutto attorno, portandoli con sè, muto e silenzioso, ad accarezzare quella lapide bianca posta sul ciglio di una strada, piccolo simbolo, baciato dal sole, di un bene tanto più grande, tolto forse troppo prematuramente.

Paola “Kat” Ghitti

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